Dieta chetogenica, i cardiologi lanciano l’allerta: cosa succede davvero al nostro cuore?

Dieta chetogenica, i cardiologi lanciano l'allerta: cosa succede davvero al nostro cuore?

Siria Libanori

Novembre 29, 2025

Una bilancia che scende di qualche chilo in poche settimane ha trasformato la dieta chetogenica in una moda difficile da ignorare. Nei gruppi social e nelle chat di amici si parla di risultati rapidi, ricette facili e menu a base di carne, uova e olio; allo stesso tempo, però, aumentano le segnalazioni di esami del sangue che sorprendono medici e pazienti. In questi mesi i cardiologi hanno cominciato a guardare con maggiore attenzione a un fenomeno che molti notano soprattutto nelle grandi città: persone che perdono peso ma vedono salire il colesterolo.

La dieta chetogenica è un regime a bassissimo contenuto di carboidrati e ad alto apporto di grassi, studiato per indurre la chetosi, uno stato metabolico in cui l’organismo usa i grassi come fonte principale di energia producendo corpi chetonici. Originariamente è stata pensata come terapia per forme di epilessia resistenti, ma si è diffusa come metodo per dimagrire grazie alla rapida perdita di peso iniziale e alla visibilità data da influencer e celebrità. Un dettaglio che molti sottovalutano è che i regimi casalinghi spesso non distinguono tra fonti di grasso: burro e carni lavorate possono prevalere su olio, pesce e frutta secca.

Chi intraprende la dieta chetogenica senza supervisione medica rischia carenze di fibre, vitamine e minerali, oltre a effetti collaterali temporanei come la cosiddetta “keto flu” (mal di testa, nausea, affaticamento). Lo raccontano i medici che seguono pazienti tornati in studio con risultati contrastanti: perdita di peso da una parte, peggioramento dei profili lipidici dall’altra. Per questo motivo gli esperti invitano a non improvvisare e a valutare rischi e benefici con un professionista.

Dieta chetogenica, i cardiologi lanciano l'allerta: cosa succede davvero al nostro cuore?
Un uomo si tiene il petto, con un’area rossa che indica dolore cardiaco, suggerendo l’impatto della dieta sul cuore. – uchimura.it

Lo studio che ha acceso l’allarme

Un importante segnale di allerta è arrivato da uno studio osservazionale presentato al congresso dell’American College of Cardiology, che ha analizzato i dati della UK Biobank su migliaia di partecipanti seguiti per oltre un decennio. Il lavoro, guidato da una ricercatrice universitaria, ha confrontato persone con diete low-carb, high-fat (LCHF) e chi seguiva una dieta più standard. Ne è emerso un quadro che ha spinto la comunità cardiologica a interrogarsi sulla sicurezza a lungo termine di questi modelli alimentari.

Nel gruppo LCHF i livelli di colesterolo LDL e di ApoB risultavano significativamente più alti rispetto al gruppo di controllo. L’ApoB è la proteina che accompagna le particelle LDL nel sangue: misurarla aiuta a contare le particelle che possono infiltrarsi nelle arterie. Un aspetto che sfugge a chi si concentra solo sul peso è proprio questo: non è il solo valore assoluto del colesterolo a contare, ma il numero e la natura delle particelle che lo trasportano.

Dal follow-up a lungo termine è emerso un dato concreto e preoccupante: dopo circa dodici anni il rischio di eventi cardiovascolari maggiori — occlusioni arteriose, infarto, ictus, angina — era più che raddoppiato nel gruppo a basso contenuto di carboidrati. In termini pratici, il 9,8% dei partecipanti LCHF ha avuto un evento cardiaco contro il 4,3% del gruppo standard. Pur essendo uno studio osservazionale, quindi non dimostrando causalità diretta, il messaggio è chiaro per i clinici: occorre prudenza e monitoraggio.

Rischi pratici, varianti della dieta e precauzioni

La discussione tra gli specialisti italiani si concentra su due punti concreti: la qualità dei grassi consumati e il controllo medico dei parametri metabolici. Come ha sottolineato anche la leadership della Società Italiana di Cardiologia, diete ricche di grassi saturi favoriscono la produzione di colesterolo LDL e l’accumulo di placche arteriose. Al contrario, una versione che privilegi olio extravergine d’oliva, pesce, avocado e frutta secca può avere effetti differenti, ma non elimina il rischio se non accompagnata da controlli.

I rischi non si fermano al colesterolo: la drastica riduzione di frutta, legumi e cereali integrali può portare a carenze di fibre, vitamine e minerali; l’alto carico di proteine e grassi può affaticare i reni e aumentare il rischio di calcoli. Un fenomeno che in molti notano solo dopo qualche mese è la comparsa di problemi digestivi o di affaticamento cronico. Per chi ha fattori di rischio consolidati — ipertensione, diabete, familiarità per malattie cardiache — l’approccio “fai da te” è particolarmente sconsigliato.

La raccomandazione pratica è semplice: chi considera la dieta chetogenica dovrebbe farlo sotto la guida di un medico e di un nutrizionista, con esami lipidici e renali periodici. È importante ricordare che la risposta al regime è individuale: non tutti alzano i livelli di colesterolo LDL nella stessa misura. Un controllo costante permette di individuare tempestivamente peggioramenti e modificare il piano alimentare. Molti italiani che provano questi regimi finiscono per tornare a un modello più bilanciato proprio per tutelare la salute cardiaca: non è solo una questione di peso, ma di rischio vascolare a lungo termine.