Una bilancia che scende di qualche chilo in poche settimane ha trasformato la dieta chetogenica in una moda difficile da ignorare. Nei gruppi social e nelle chat di amici si parla di risultati rapidi, ricette facili e menu a base di carne, uova e olio; allo stesso tempo, però, aumentano le segnalazioni di esami del sangue che sorprendono medici e pazienti. In questi mesi i cardiologi hanno cominciato a guardare con maggiore attenzione a un fenomeno che molti notano soprattutto nelle grandi città: persone che perdono peso ma vedono salire il colesterolo.
La dieta chetogenica è un regime a bassissimo contenuto di carboidrati e ad alto apporto di grassi, studiato per indurre la chetosi, uno stato metabolico in cui l’organismo usa i grassi come fonte principale di energia producendo corpi chetonici. Originariamente è stata pensata come terapia per forme di epilessia resistenti, ma si è diffusa come metodo per dimagrire grazie alla rapida perdita di peso iniziale e alla visibilità data da influencer e celebrità. Un dettaglio che molti sottovalutano è che i regimi casalinghi spesso non distinguono tra fonti di grasso: burro e carni lavorate possono prevalere su olio, pesce e frutta secca.
Chi intraprende la dieta chetogenica senza supervisione medica rischia carenze di fibre, vitamine e minerali, oltre a effetti collaterali temporanei come la cosiddetta “keto flu” (mal di testa, nausea, affaticamento). Lo raccontano i medici che seguono pazienti tornati in studio con risultati contrastanti: perdita di peso da una parte, peggioramento dei profili lipidici dall’altra. Per questo motivo gli esperti invitano a non improvvisare e a valutare rischi e benefici con un professionista.

Lo studio che ha acceso l’allarme
Un importante segnale di allerta è arrivato da uno studio osservazionale presentato al congresso dell’American College of Cardiology, che ha analizzato i dati della UK Biobank su migliaia di partecipanti seguiti per oltre un decennio. Il lavoro, guidato da una ricercatrice universitaria, ha confrontato persone con diete low-carb, high-fat (LCHF) e chi seguiva una dieta più standard. Ne è emerso un quadro che ha spinto la comunità cardiologica a interrogarsi sulla sicurezza a lungo termine di questi modelli alimentari.
Nel gruppo LCHF i livelli di colesterolo LDL e di ApoB risultavano significativamente più alti rispetto al gruppo di controllo. L’ApoB è la proteina che accompagna le particelle LDL nel sangue: misurarla aiuta a contare le particelle che possono infiltrarsi nelle arterie. Un aspetto che sfugge a chi si concentra solo sul peso è proprio questo: non è il solo valore assoluto del colesterolo a contare, ma il numero e la natura delle particelle che lo trasportano.
Dal follow-up a lungo termine è emerso un dato concreto e preoccupante: dopo circa dodici anni il rischio di eventi cardiovascolari maggiori — occlusioni arteriose, infarto, ictus, angina — era più che raddoppiato nel gruppo a basso contenuto di carboidrati. In termini pratici, il 9,8% dei partecipanti LCHF ha avuto un evento cardiaco contro il 4,3% del gruppo standard. Pur essendo uno studio osservazionale, quindi non dimostrando causalità diretta, il messaggio è chiaro per i clinici: occorre prudenza e monitoraggio.
Rischi pratici, varianti della dieta e precauzioni
La discussione tra gli specialisti italiani si concentra su due punti concreti: la qualità dei grassi consumati e il controllo medico dei parametri metabolici. Come ha sottolineato anche la leadership della Società Italiana di Cardiologia, diete ricche di grassi saturi favoriscono la produzione di colesterolo LDL e l’accumulo di placche arteriose. Al contrario, una versione che privilegi olio extravergine d’oliva, pesce, avocado e frutta secca può avere effetti differenti, ma non elimina il rischio se non accompagnata da controlli.
I rischi non si fermano al colesterolo: la drastica riduzione di frutta, legumi e cereali integrali può portare a carenze di fibre, vitamine e minerali; l’alto carico di proteine e grassi può affaticare i reni e aumentare il rischio di calcoli. Un fenomeno che in molti notano solo dopo qualche mese è la comparsa di problemi digestivi o di affaticamento cronico. Per chi ha fattori di rischio consolidati — ipertensione, diabete, familiarità per malattie cardiache — l’approccio “fai da te” è particolarmente sconsigliato.
La raccomandazione pratica è semplice: chi considera la dieta chetogenica dovrebbe farlo sotto la guida di un medico e di un nutrizionista, con esami lipidici e renali periodici. È importante ricordare che la risposta al regime è individuale: non tutti alzano i livelli di colesterolo LDL nella stessa misura. Un controllo costante permette di individuare tempestivamente peggioramenti e modificare il piano alimentare. Molti italiani che provano questi regimi finiscono per tornare a un modello più bilanciato proprio per tutelare la salute cardiaca: non è solo una questione di peso, ma di rischio vascolare a lungo termine.
